A Talk With Mr. Shankly

6 11 2007

Geoff Travis (Rough Trade Recs.) @ King’s College London

Pre-serata speciale per gli appassionati di musica che si trovano a girovagare per Westminster: Geoff Travis, fondatore della famosa etichetta indipendente Rough Trade, è gradito ospite del King’s College di Londra per un’intervista-dibattito aperta al pubblico in occasione dell’apertura del nuovo Rough Trade Store in Brick Lane.
Nel febbraio 1976 Travis aprì il primo negozio in Talbot Road, Notting Hill; dopo due anni appena fondò l’etichetta, con l’intento di dare spazio alla scena punk e underground della capitale e da lì è partita una storia fatta di alti e bassi, ma che ha segnato in modo profondo la musica britannica degli anni a venire: prima della bancarotta del 1991 dalla Rough Trade sono passati i Fall, i Virgin Prunes, gli Stiff Little Fingers, Robert Wyatt, ma soprattutto i primi Smiths. Rinata nel 2000, la Rough Trade è diventata una delle etichette indipendenti più influenti: Strokes, Libertines, Arcade Fire, Antony & The Johnsons, Belle & Sebastian, Babyshambles, Jarvis Cocker, solo per nominare alcuni degli artisti che hanno affidato le proprie fortune a Travis.

In apertura il discorso verte sulla crisi dell’industria discografica: “Vedo molte persone seriamente preoccupate per il futuro dell’industria musicale, ma io non mi preoccupo affatto: fino a quando continueranno ad esserci persone che fanno musica di qualità con passione e persone che la ascoltano, il mercato musicale non morirà. Il fenomeno delle band emergenti lanciate dal passaparola via Internet è positivo, ma non è pensabile continuare una carriera in eterno senza appoggiarsi alle competenze ed alle capacità di promozione di un’etichetta seria. Per quanto riguarda i prodotti discografici distribuiti in modo gratuito, è un’opzione non realizzabile per le nuove band: solo gli artisti che hanno già guadagnato abbastanza durante la loro carriera possono permettersi una cosa del genere per marketing, magari perchè con gli ultimi album non hanno venduto quasi niente, vedi Ray Davies che ha distribuito il nuovo disco gratis con il Sunday Times. Altro discorso vale per i Radiohead, merito a loro per l’iniziativa coraggiosa e perfettamente riuscita, ma anche in questo caso stiamo parlando di gruppi di livello internazionale con un seguito molto ampio.”

Travis ripercorre i primi passi della Rough Trade: “In quegli anni la musica nuova e innovativa di quegli anni, la scena punk, non aveva spazio nelle maggiori case discografiche; nei negozi di musica alternativi trovavi un sacco di registrazioni fai da te di band emergenti senza etichetta, ogni volta ti poteva capitare di ascoltare qualcosa di grandioso ed era eccitante andare alla ricerca delle novità poco note. Quando decidemmo di creare una nostra etichetta l’unico modo per portare avanti il progetto era quello di dividere tutto a metà con le band, spese, guadagni ed eventuali perdite. Era la cosa più naturale: se si guadagna anche solo 1 pound, 50 pence vanno a te e 50 vanno a me. Forse non eravamo capaci di elaborare qualcosa di più complicato, però ha funzionato.”

C’è grande interesse tra il pubblico sui metodi di scelta delle band da scritturare: “Per me è un grandissimo piacere quando riesco ad aiutare un gruppo ad emergere, non c’è niente di meglio di mettere dei giovani artisti nelle migliori condizioni di elaborare la loro proposta musicale; il lavoro di produttore dovrebbe essere questo, quello di dare ai musicisti le migliori attrezzature, il luogo adatto, le condizioni ideali per farli esprimere e non stravolgere le loro registrazioni con post-produzioni; negli anni ’50 si registravano dischi interi in uno o due giorni. Era l’esperienza di anni di carriera, ma si trattava comunque di due giorni di registrazione al massimo. Forse è per questo che lavoro poco come produttore, quando mi chiedono come va la registrazione dico sempre che è perfetta così.”
“Cercare nuove band è come essere un detective: segui una pista, prendi informazioni, ragccogli indizi e se sei fortunato trovi le prove e risolvi il caso. Ti devi basare tanto sul tuo fiuto e gusto personale quanto sulle reazioni della gente. Ai concerti di band non scritturate che mi colpiscono particolarmente provo a chiedere pareri: magari il primo ti dice che sono magnifici e pensi di essere sulla strada giusta, mentre il secondo te li smonta impietosamente e sei punto e daccapo. Ci vuole un pò di esperienza, ma soprattutto una grandissima passione per le novità, di qualsiasi genere siano.”

“Vivo la musica in modo molto emozionale, se una band riesce a comunicarmi qualcosa di nuovo a livello emotivo non ha molta importanza quanto innovativa sia: in fondo ad un primo ascolto tutto può essere ricondotto a qualcosa di già sentito, chi assomiglia ai Beatles, chi ai Joy Division, chi ai Clash; c’è chi riesce però a comunicare qualcosa e chi no: i Razorlight ad esempio fanno canzoni pop perfette, molto orecchiabili, ma sono vuote, sono fini a sè stesse, per questo non sono affatto buone.”
Non è l’unica stoccata riservata a Borrell e soci: parlando delle possibilità della musica inglese nel mercato statunitense infatti Travis ha le idee chiare: “Se un prodotto è di qualità il mercato americano lo premia, questa è la prima regola. Poi è comunque importante avere un appoggio oltreoceano per la promozione, ma la prima cosa è sempre la validità del prodotto. E infatti i Razorlight non sono nessuno in America.”

Travis non si risparmia nemmeno con la stampa specializzata: obiettivo numero uno, ovviamente, NME. “La stampa musicale è notevolmente peggiorata rispetto a trent’anni: allora NME era di buon livello, c’era Melody Maker, c’erano almeno 4 riviste autorevoli. Ora NME è imbarazzante: durante tutto il periodo di ‘Funeral’ gli Arcade Fire non hanno avuto nemmeno una copertina… quest’anno è uscito ‘Neon Bible’, un altro grandissimo album, e chi c’era in copertina su NME? I Twang. Se poi ripenso al Mercury Prize 2005 vinto da Antony & The Johnsons, quando Conor McNicholas ha pubblicamente dichiarato che non avrebbe mai dedicato una copertina ad Antony (*ndD* con la motivazione che “lui è troppo impegnativo per i lettori di NME” – “he’s a bit challenging for NME readers” – no comment) è frustrante, proprio sconfortante…”.
Molto meglio il web: “Io leggo quotidianamente una quindicina di blog e webzine. Ce ne sono molte autorevoli e di ottima qualità a prescindere da Pitchfork, che tra l’altro ha dato 9 al nuovo album di Jens Lekman, ne sono contento e gli auguro il meglio. La maggior parte sono americani, non ci sono molti grandi blog musicali in Gran Bretagna, ma sono sicuramente meglio della stampa musicale. E’ bello che a scrivere siano veri appassionati di musica, e si trovano veramente cose molto belle e piacevoli da leggere.”

E gli Smiths? Ad una domanda specifica su “Frankly, Mr. Shankly”, canzone che da molti è considerata un attacco fortemente sarcastico di Morrissey nei suoi confronti, Travis non si tira indietro: “Tutti dicono che sia su di me, alla fine è molto ironica e io non mi offendo. Morrissey e Johnny Marr si vedevano già a girare in limousine, ma il mondo della musica indipendente è un’altra cosa. Questo non toglie che un posto solido nella storia della musica gli Smiths se lo sono guadagnato meritatamente.”
La chiacchierata si conclude con un paio di aneddoti sui peggiori errori comessi in questi anni di Rough Trade: “Il peggior errore è stato quello di non avere scritturato gli Stone Roses: quando ricevetti la segnalazione, andai a Manchester a vederli dal vivo, era il 1988. Il locale era strapieno nonostante fosse una band ancora poco conosciuta al di fuori. E’ stato uno dei concerti più eccitanti che abbia mai visto e decisi di scritturarli all’istante. Li portai a Londra e iniziammo a registrare l’album, ma il risultato non fu esattamente quello che desideravamo, era buono ma non abbastanza. Nel frattempo i problemi di bilancio del reparto di distribuzione iniziavano a farsi sentire e i tempi si allungarono, fino a quando il loro manager iniziò a creare problemi. In conclusione, loro firmarono per la Silverstone. Sarebbe stato fantastico averli con noi, chi lo sa cosa sarebbe stato della Rough Trade con gli Stone Roses, e perchè no, chissà cosa sarebbero diventati gli Stone Roses con la Rough Trade. Un altro grande errore è stato non aver avuto la prontezza di scritturare Jeff Buckley, io ero pronto a farlo ma mi bloccarono e non insistetti per farlo a tutti costi. E poi, ovviamente, il fallimento del 1991.”

Dropday, London

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One response

10 11 2007
manuè

mmmmhh perbacco…sei proprio uno tosto!!!
mi interesso di poco di questi argomenti ma leggendo questo tuo post, mi è sembrato di sentirmi come una scolaretta ad una gita scolastica; ciò vuol dire che riesci sicuramente ad incuriosire ed appassionare!
continua cosi…
bacio,
tua sorella!!

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