…And You Will Know Us By The Trail Of Dead @ Estragon, Bologna – Mar 03, 2007

11 03 2007

Serata di eclissi lunare, serata ad alto tasso emotivo: l’Estragon ospita i Trail Of Dead nella loro unica data italiana del tour europeo. Il gruppo texano è reduce dall’uscita dell’ultima fatica ‘So Divided’, album che ha contribuito ad allargare la frattura tra sostenitori dello sperimentalismo barocco e tradizionalisti delusi, nostalgici dell’impeto noise che fu.

Stranamente, durante l’ora e mezza di concerto i Trail Of Dead suonano solo una traccia da ‘So Divided’, lasciando ampio spazio agli album precedenti: l’inizio è appannaggio di ‘Source Tags & Codes’, con ‘It Was There That I Saw You’ e ‘Relative Ways’, poi arriva ‘Stand In Silence’ a dare quel sapore grunge di zucca spappolata e sogni siamesi che mi inebria al punto giusto prima di entrare in zona ‘Worlds Apart’, con l’avanzare sincopato di ‘The Best’ e con le raffiche di chitarra di ‘Caterwaul’.

Musicalmente i Trail Of Dead sono molto bravi e non lesinano sull’ecletticità, sia per quanto riguarda le elaborate trame che sono capaci di produrre sia per l’apparente facilità con cui giostrano ai vari strumenti. Ciononostante il loro assalto massiccio si ferma ad un metro dalla meta, quello che separa il palco dalla transenna, fortemente condizionati da una resa sonora non buona (in particolare l’eco terribile della voce).

Le cose migliori escono fuori alla distanza, soprattutto con la lunghissima e sontuosa versione live di ‘Aged Dolls’ e con una ‘Will You Smile Again?’ capace finalmente di far saltare per aria l’Estragon. Grazie a queste cartucce tenute in serbo per il finale, i Trail Of Dead riescono a riscattare una prima parte di concerto non esaltante, lasciando la sensazione di non aver assistito ad una delle migliori esibizioni dei texani, famosi per i loro concerti incendiari. E nonostante tutto, si è trattato di una serata di ottima musica all’ombra di una luna rossa beffarda.

(Foto del concerto tratta da Flickr)

Tracklist:
It Was There That I Saw You * Relative Ways * Stand In Silence * The Best * Caterwaul * Homage * Aged Dolls * A Perfect Teenhood *** Will You Smile Again? * Totally Natural





Giardini Di Mirò @ Covo, Bologna – Jan 19, 2007

30 01 2007

Giardini di Mirò soundcheck @ Covo (Jan 19, 2007)

Uno dei tanti momenti buoni per un nuovo inizio. Il concerto che si è svolto al Covo è stato il battesimo del fuoco per il terzo album dei Giardini Di Mirò. A tre giorni dall’uscita ufficiale nei negozi di ‘Dividing Opinions’, la band reggiana si presenta nel piccolissimo tempio bolognese della musica indipendente e la risposta è compatta e immediata: le stanze si riempiono fin da subito a raggiungere un tutto esaurito che lascia fuori dal locale numerosi appassionati giunti da più parti.

A rompere gli indugi ci pensa il folk solitario ed intimistico di Bob Corn, all’anagrafe Tiziano Sgarbi. La sua presenza non è affatto casuale come in apparenza potrebbe sembrare: ‘Tizio’ è la mente responsabile dell’etichetta Fooltribe e del ‘Musica nelle valli’, uno dei festival italiani di musica indipendente maggiormente quotati, che si svolge ogni primavera nella campagna sperduta della bassa pianura modenese, a San Martino in Spino. La sua barba, bottino di guerra agognato da Jukka Reverberi, è una piccola istituzione nell’ambiente. Un ulteriore segno dell’importanza dell’evento.

Corrado, Luca, Mirko, Francesco e Jukka attraversano la sala e salgono sul palco quando la capienza del Covo è vicina al collasso. Per chi non ha avuto modo di ascoltarli in digitale è arrivato il momento del primo impatto col nuovo suono dei Giardini, per gli altri si tratta di scoprire la consistenza dal vivo di un bagaglio di canzoni davvero valido. L’inizio è per la title-track ‘Dividing Opinions’: musicalmente granitica, riesce a graffiare grazie alle sue ruvidità distorte e l’impressione è ottima nonostante si noti benissimo che la transizione verso il canto di Jukka necessiterà ancora di tempo prima di condurre alla piena consapevolezza. Anche ‘Embers’ fa la sua discreta figura sebbene la timida voce di Corrado Nuccini si faccia desiderare, nascosta com’è dalla miriade di suoni circostanti. ‘Cold Perfection’ lascia intuire tutta la sua potenza espressiva, ma il pegno iniziale che i Giardini Di Mirò devono pagare a questo nuovo corso è un suono non ancora perfettamente a fuoco, ancora da oliare perchè risulti assolutamente irresistibile anche dal vivo.

Le cose si mettono ovviamente meglio quando irrompono i vecchi pezzi, come la bellissima ‘Given Ground’, e quando gli strumenti riprendono il pieno controllo della situazione virando al post-rock; è un piacere poter apprezzare le splendide trame di ‘Connect The Machine To The Lips Tower’. Il singolo ‘Broken By’ conferma in parte l’impressione iniziale, non riuscendo a mettere sufficientemente in evidenza il cantato, ma ormai i Giardini Di Mirò hanno rotto gli indugi e le cose stanno volgendo per il meglio: infatti con ‘Trompso Is Ok’ tutto il Covo viene rapito e condotto in un meraviglioso viaggio psicotropo nei meandri di una foresta fatta di arpeggi ossessivi, distorsioni lancinanti e batteria impetuosa. E a chiudere degnamente il set principale ecco ‘Petit Treason’, il piccolo diamante psichedelico di ‘Dividing Opinions’.

Dopo una breve pausa i Giardini tornano sul palco insieme ad un ospite particolare per un regalo veramente gradito: ‘Pet Life Saver’ con la voce di Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu assume un’aura magica che la innalza a momento migliore della serata. Almeno fino a quando non partono le note introduttive di quell’imponente manifesto post-rock che risponde al nome di ‘A New Start (For Swinging Shoes)’, con il quale Jukka, Corrado e compagnia chiudono alla perfezione un concerto che ha offerto visioni di bellezza stordente di quello che è stato finora e ha dato vita ai primi germogli di quello che sarà in futuro. Col passare dei concerti sicuramente questi germogli matureranno a pieno mostrando tutta la loro vitalità, e al prossimo giro sarò lì ad attenderli per poterne godere ancora.

(foto tratte da Flickr)
Giardini di Mirò live @ Covo (Jan 19, 2007)





Muse @ Palamalaguti, Casalecchio di Reno (BO) – Dec 2, 2006

7 12 2006

Asse sud-ovest della tangenziale di Bologna, primo sabato sera di dicembre. Traffico bloccato allo svincolo del Palasport di Casalecchio di Reno. Sarà che è il polo commerciale più grosso di Bologna, ma c’è qualcosa di più. Quel qualcosa in più si intravede anche da lontano: migliaia di persone accatastate all’entrata del Palamalaguti, al freddo, dal primo pomeriggio. La tensione dell’attesa è palpabile, è quella dei grandi eventi. I Muse sono tornati.

Basta mettere piede dentro il palazzetto per capire che sta per avvenire qualcosa di eccezionale. Ancora non mi era capitato di vedere così tante persone qui dentro, la gente è stipata sulle gradinate, la massa sta lentamente saturando l’immenso parterre. Arrivo sull’ultima canzone dei Noisettes e l’impressione che mi fanno è quella di gruppo affine nelle sonorità ai Wolfmother, con la cantante che si dimena e urla neanche fosse Sandra Nasic dei Guano Apes. Troppo poco per farmene un’idea; faccio in tempo solo a guadagnare una posizione decente lateralmente al palco che lo spazio dietro di me si riempie totalmente. Sono in trappola, una enorme e meravigliosa trappola, e non voglio affatto scappare ma subire in tutto e per tutto la giusta punizione divina.

Le luci si spengono, Matthew Bellamy appare sopra di me sulla fila degli amplificatori avvolto in una tutina rosso fuoco e mi spara in faccia l’attacco di ‘Map Of The Problematique’; il mio cervelletto si scollega e perdo le facoltà di controllo del mio corpo rischiando di uccidere tre persone. L’impatto è straordinario: l’evoluzione dai precedenti concerti è sconvolgente, un mix esplosivo di luci, forme e suoni che stordisce e lascia attoniti. E siamo solo all’inizio, perchè subito dopo parte la rapsodia: ‘Butteflies & Hurricanes’, una sublimazione di pathos che mi fa volare in uno stato di estasi extrasensoriale. Dominic viene nascosto dalla piramide di schermi sulla sua testa per il breve arco di un assolo di piano, e poi il violento orgasmo riprende insostenible.

E’ il momento di ‘Supermassive Black Hole’, il palco sfavilla di luci fluorescenti per quella che risulterà essere forse il pezzo meno riuscito (se proprio vogliamo trovare difetti) della serata. Ma poco conta, perchè subito dopo parte ‘New Born’ e riparte il delirio totale: i Muse stanno suonando a livelli tecnici elevatissimi, con una scenografia imponente e curata fin nei minimi dettagli e traducono tutta la loro melodrammaticità in una furia sonora nitida e compatta che non lascia un attimo di tregua. Infatti subito dopo arriva ‘City Of Delusion’, il mio povero corpo devastato già dalle frustate precedenti si piega ad ulteriori brividi violenti e arriva quasi esausto a ‘Starlight’: l’acuto finale di Bellamy è l’ulteriore conferma che Matthew è in stato di grazia, come sempre, e che ormai è pronto a ben altri traguardi, a palcoscenici ancor più maestosi. ‘Forced In’ è il momento di quiete, Matt e Chris si stringono attorno alla batteria di Dominic, sulle loro teste arde un fuoco bollente mentre le loro immagini distorte si propagano dagli schermi laterali: qualcosa di grosso sta per succedere.

Arriva ‘Bliss’ e ormai sono totalmente fuori controllo, schiavo di quell’emozione folle che mi attanaglia ogni volta che sento la ‘mia’ canzone. Faccio solo in tempo a pensare che non essendo più la chiusura dei concerti non ci saranno più i palloni gettati sul pubblico che immediatamente una quindicina di palloni invadono il parterre. Un pò di scompiglio lo creano, perchè invadono costantemente il palco: l’ultima esplosione di coriandoli arriverà alla fine di ‘Feeling Good’, giusto in tempo per dare l’attacco al sublime spleen di ‘Sunburn’ e alla devastazione emotiva che ne deriva. Su ‘Invincible’ Matthew testa il (poco) italiano imparato in anni di frequentazioni amorose marchigiane cambiando il titolo in un quasi incomprensibile ‘Invincibile’, ma in fondo è bello così. Nel palazzetto risuona ‘Time Is Running Out’, sintomo che si sta avvicinando il rush finale: ‘Plug In Baby’ suggella in modo quasi definitivo che i Muse sono una delle migliori live band in circolazione, se non la migliore. E se non si fossero fermati per quei 5 minuti io sarei morto di infarto.

Una sigaretta e poi Matthew e compagni tornano sul palco per sparare un tris di brani assolutamente caustico e devastante: ‘Take A Bow’, ‘Hysteria’ e soprattutto una ‘Stockholm Syndrome’ che per intensità non ha paragoni con quanto mostrato nel precedente tour di ‘Absolution’. Un’altra breve pausa interrotta da una ‘Hoodoo’ eccezionale apre la strada alla cavalcata finale, all’apoteosi di ‘Knights Of Cydonia’, verso una dimensione diversa, verso una consacrazione ormai avvenuta che non si pone più nessun limite per il futuro.

(Foto del concerto trovata su Flickr)





Placebo @ Land Rover Arena, Bologna – Nov 26, 2006

4 12 2006

Finalmente è arrivato il loro momento: dopo tante occasioni perse, date sovrapposte e inconvenienti logistici di ogni natura, finalmente mi ritrovo davanti all’entrata del Paladozza con in mano un biglietto per il mio tanto sospirato e desiderato primo concerto dei Placebo. Quando entro i Deasonika sono già sul palco da qualche minuto: la prima cosa che mi colpisce è l’acustica pessima, una costante dei concerti di supporto in questo piccolo tempio del basket bolognese prestato ai grandi eventi musicali. Successe già ai Cave In quando suonarono per i Muse nel 2003, e la cosa mi dispiacque perchè non erano affatto un cattivo gruppo; la stessa cosa avviene oggi, perchè da quel che si può intuire nel confuso riverberare di suoni i Deasonika sono un gruppo valido. Riconosco la cover di ‘Teardrop’ dei Massive Attack, rimango colpito dalla buona proposta di pezzi col tiro giusto e mi riprometto di riascoltarli appena possibile in condizioni migliori.

Tra corsi e ricorsi storici penso: alla fine i Muse si sentirono benissimo e fecero un concerto infuocato. Lo prendo come un buon auspicio. Mentre faccio questi pensieri, alle nove in punto, le luci si spengono, il pannello bianco dove vengono proiettati i video si alza e compaiono loro, Brian Stefan e Steve, sulle note di ‘Infra-Red’. L’inizio è buono, l’acustica non è perfetta, ma siamo solo all’inizio. Poi parte ‘Meds’, sembra che il concerto stia iniziando a carburare. ‘Because I Want You’ e ‘Drag’ però non riescono a coinvolgermi del tutto, ed inizio a chiedermi perchè mettere in fila ben 5 tracce di ‘Meds’ (compresa ‘Space Monkey’) senza cercare di alternare un pò la scaletta. Il tutto condito da un’acustica che rimane ancora piuttosto confusa, lasciandomi la sensazione di una violenta onda che si infrange su una scogliera sotto i miei piedi, che non riesce a travolgermi e mi spruzza addosso appena qualche schizzo d’acqua schiumosa.

Quand’ecco arriva il momento di ‘Soul Mates’, la versione live di quel capolavoro dal nome ‘Sleeping With Ghosts’. Stento a riconoscerla nel fruscio indistinto, ed è come mi venga negato quel momento di pura estasi che andavo cercando da tre anni. Le evoluzioni pindariche della voce di Brian questa sera non hanno uno sfondo adeguato per essere apprezzate davvero, e finiscono per disorientarmi ancor di più. La disillusione inizia a montare. Non bastano ‘I Know’ e ‘Song To Say Goodbye’ per risollevarmi, mentre ‘Follow The Cops Back Home’ mi riporta per qualche minuto in sintonia con quello che mi avviene attorno. Tocca a ‘Every You Every Me’ e ancora niente, nessun cortocircuito emotivo di quelli che mi mandano in un’altra dimensione, ancora quei suoni che giungono imperfetti e mi lasciano in un limbo troppo indefinito per essere reale.

Il primo, unico momento di vera commozione arriva quando i brividi mi invadono sulle note di ‘Without You I’m Nothing’, quando ormai stavo per rassegnarmi; ‘Blind’ arriva a prolungare per un pò questa bellissima sensazione. Prima della pausa arriva la doppietta che avrebbe dovuto far esplodere il palazzetto, ossia ‘Special K’ e ‘The Bitter End’, ma anche qui il terremoto non crea danni irreparabili: tutto mi sembra così fuori fuoco da non riuscire a lasciarmi trasportare incondizionatamente.

I Placebo tornano poco dopo sul palco, suonano ‘Running Up That Hill’ di Kate Bush e poi si congedano con una buona accoppiata ‘Taste In Men’/’Twenty Years’, ma ormai è tardi. Non è stato quel concerto meraviglioso che avevo desiderato, quel momento che la memoria imprime nel cervello come irrinunciabile perchè è stata la prima volta. Andando via mi chiedo cosa sarebbe successo se avessero suonato in un posto diverso dal Paladozza, come sarebbe stato essere presente a Lucca o a Benicassim. Una risposta che verrà al prossimo tour, probabilmente.

Nel caso in cui qualcuno mi chiedesse come avrei voluto che fosse, ecco: se avessero fatto ‘Soul Mates’ così, del resto del concerto non mi sarebbe importato nulla. Sarei andato in estasi per 3 giorni. (Non si vede benissimo ma rende al 100% l’idea.)





Placebo vs Muse – Setlists

4 12 2006

Placebo

Placebo
November 26, 2006 @ Land Rover Arena, Bologna

Setlist: Infra-Red * Meds * Because I Want You * Drag * Space Monkey * Soul Mates * I Know * Song To Say Goodbye * Follow The Cops Back Home * Every You Every Me * Special Needs * One Of A Kind * Without You I’m Nothing * Bionic * Blind * Special K * The Bitter End ***** Running Up That Hill * Taste In Men * Twenty Years

Muse

Muse
December 2, 2006 @ Palamalaguti, Casalecchio di Reno (BO)

Setlist: Map Of The Problematique * Butterflies & Hurricanes * Supermassive Black Hole * New Born * City Of Delusion * Starlight * Forced In * Bliss * Feeling Good * Sunburn * Invincible * Time Is Running Out * Plug In Baby ***** Take A Bow * Hysteria
Stockholm Syndrome ***** Hoodoo * Knights of Cydonia





Arab Strap @ Estragon, Bologna – Nov 24, 2006

29 11 2006

Ogni cosa è destinata inevitabilmente a finire. Persino i grandi amori, quelli contrastati, quelli morbosi. Può capitare che finiscano proprio quando sembra che tutto sia calmo, quando le nubi si diradano all’orizzonte. E non è detto che finiscano male, magari finiscono con un sorriso, un saluto garbato, un arrivederci. Gli Arab Strap si sciolgono, dopo 10 anni di musica, dopo aver pubblicato l’album più solare di una discografia tanto malinconica e cupa quanto profondamente affascinante. Aidan Moffat e Malcolm Middleton dividono le loro strade, ma prima di farlo ringraziano gli affezionati con un lungo tour di addio. Bologna, Estragon, ultimo atto italiano per gli Arab Strap.

Le cornamuse danno inizio alla cerimonia, poi ‘Stink’ e ‘Fuckin’ Little Bastards’, tanto per far entrare i presenti nella giusta atmosfera, quella malinconia in bilico tra spleen ed estasi. Aidan Moffat biascica qualche frase tra una canzone e l’altra per poi spingere la sua maledetta voce barcollante in profondità, per toccare nuovi livelli di intensità emotiva a flusso lento, senza soluzione di continuità: ‘Dream Sequence’, ‘Who Named The Days’, ‘Pyjamas’, e poi ancora ‘New Birds’, ‘(If There’s) No Hope For Us’. Ed in tutta questa triste e splendida cerimonia d’addio ad Aidan può anche capitare di ballare come avviene durante ‘First Big Weekend’, perchè sì, in fondo questa è una festa. Se poi tutti si allontanano dal palco per lasciare Moffat e Middleton finalmente soli, ecco che le versioni acustiche ‘Packs Of Three’ e ‘The Shy Retirer’ ti lasciano il ricordo di Malcolm che suona quegli arpeggi in modo talmente aggraziato e perfetto da riempire il cuore, perchè anche lui sa che forse questa è l’ultima volta. Arrivederci a presto, Aidan e Malcolm.

(una bella immagine live degli Arab Strap tratta dal loro sito)
Arab Strap