Clap Your Hands Say Yeah – Some Loud Thunder [2007]

3 03 2007

Clap Your Hands Say Yeah - Some Loud Thunder

Artist: Clap Your Hands Say Yeah
Title: Some Loud Thunder
Release date: Jan 29, 2007
Label: V2/Wichita

Tracklist:
01. Some Loud Thunder
02. Emily Jean Stock
03. Mama Won’t You Keep Them Castles In The Air And Burning
04. Love Song No. 7
05. Satan Said Dance
06. Upon Encountering The Crippled Elephant
07. Goodbye To Mother And The Cove
08. Arm And Hammer
09. Yankee Go Home
10. Underwater (You And Me)
11. Five Easy Pieces

Un altro graditissimo ritorno, in questo inizio 2007 pieno di nuove uscite, è quello della voce di Alec Ounsworth e dei suoi Clap Your Hands Say Yeah. Fenomeno newyorkese DIY del 2005, esempio eclatante della potenza planetaria dell’hype virtuale nell’era del Web 2.0, i CYHSY hanno saputo conquistarsi un buon seguito di appassionati nel panorama indie internazionale grazie all’album omonimo. Adesso, con ‘Some Loud Thunder’, le coordinate dell’esordio vengono corrette quanto basta per non ricadere in una stucchevole ripetizione senza snaturare le loro caratteristiche.

La title-track, con il suo forte retrogusto punk-wave a bassissima fedeltà, è molto più di un richiamo alle origini, è proprio un salto indietro nel tempo, a sonorità di 25 anni fa ma quanto mai attuali, sulle quali Ounsworth riprende imperterrito ad intrecciare le sue linee vocali sgraziate a metà tra David Byrne e Thom Yorke; ‘Emily Jean Stock’ riprende le melodie cristalline degli esordi schizzandole a tratti con intermezzi acidi di chitarra e batteria; l’idea che prende piede, sentendo tracce come ‘Mama Won’t You Keep Them Castles In The Air And Burning’, è che la struttura di base della musica dei CYHSY sia rimasta sostanzialmente la stessa (commistione tra folk-pop e new wave), ma che l’attenzione si sia spostata dalla ricerca di melodie e riff orecchiabili fin al primo ascolto verso un approccio più maturo e meno immediato, come ad esempio l’ammaliante ‘Love Song No. 7’.

Subito dopo giunge l’incalzare inquieto di basso e batteria condito di effetti elettronici, di glitch e pianoforte impazzito, l’organetto psichedelico che si infila nelle pieghe, il ritornello ossessivo, il finale in crescendo: ‘Satan Said Dance’ è il singolo dal tiro esplosivo che si incastra perfettamente nel mosaico di ‘Some Loud Thunder’, un album che va in direzione opposta rispetto al concetto di album-contenitore, un album compatto dove le singole canzoni acquistano valore dall’ascolto d’insieme.

Si passa infatti dalle suggestioni parigine delle fisarmoniche di ‘Upon Encountering The Crippled Elephant’ ai petali elettronici dal sapore orientale che costellano gli arpeggi voluttuosi di ‘Goodbye To The Mother And The Cove’ prima del crescendo finale, dell’organetto che accompagna il melodramma della voce di Ounsworth a ritmo di marcia. La dissonante ‘Arm And Hammer’ è una malata ed indolente cantilena che fa da contraltare al blues sornione di ‘Yankee Go Home’; ‘Underwater (You And Me)’ fa dell’incedere gioioso il suo punto di forza, mentre la finale ‘Five Easy Pieces’ è una lunga passeggiata a mezz’aria, con le melodie che si espandono e sconfinano nel dream pop. L’effetto sorpresa è finito: i Clap Your Hands Say Yeah non hanno la minima intenzione di essere delle meteore e lo dimostrano ampiamente.





Kaiser Chiefs – Yours Truly, Angry Mob [2007]

25 02 2007

Kaiser Chiefs - Yours Truly, Angry Mob

Artist: Kaiser Chiefs
Title: Yours Truly, Angry Mob
Release date: Feb 26, 2007
Label: Polydor

Tracklist:
01. Ruby
02. The Angry Mob
03. Heat Dies Down
04. High Royds
05. Love Is Not A Competition (But I’m Winning)
06. Thank You Very Much
07. I Can Do Without You
08. My Kind Of Guy
09. Everything Is Average Nowadays
10. Boxing Champ
11. Learnt My Lesson Well
12. Try Your Best
13. Retirement

I paladini dell’indie-riot sono tornati. Dopo aver fomentato per mesi e mesi le serate rock dei club di mezzo mondo grazie ai numerosi singoli del loro esordio ‘Employment’, i Kaiser Chiefs si ripresentano sulla scena quasi contemporaneamente a gran parte dei loro compagni di avventura durante l’anno esplosivo dell’indie-rock inglese. Dal 2005 le cose sono un po’ cambiate, l’attenzione si è spostata su nuove tendenze e nuovi fenomeni più o meno artefatti, ma l’attesa per il quintetto di Leeds è rimasta molto alta e ripetere l’exploit non è cosa facile.

L’impressione lasciata in apertura dal primo singolo ‘Ruby’, tra l’altro, può un attimo confondere le idee: il suono patinato, i coretti così perfetti, il ritornello semplice ed orecchiabile da suonare tanto ruffiano ne fanno un singolone radiofonico che potrebbe far intendere una svolta fin troppo prona ai voleri del mercato, in un certo senso un’involuzione rispetto alla carica che caratterizzava ‘Employment’. Ma si tratta solo di uno specchietto per allodole: in ‘The Angry Mob’ e ‘High Royds’ si ripresenta il suono Kaiser Chiefs, le melodie brillanti, il matrellamento del piano sullo sfondo, i cori da singalong collettivo al pub e i coretti di accompagnamento che richiamano tanto alla mente i primi Blur; stesso discorso per ‘Thank You Very Much’. A differenza del passato non ci sono più quegli ossessivi crescendo fatti di urla, non c’è l’istinto sobillatorio alla ‘I Predict A Riot’, ma non se ne sente la mancanza: i Kaiser Chiefs hanno perso in irruenza e guadagnato in pulizia ed in ‘Heat Dies Down’ se ne apprezzano tutti i vantaggi.

Ma ‘Yours Truly, Angry Mob’ non è solo questo: ‘Love Is A Competition (But I’m Winning)’ va a stemperare l’atmosfera con una soave e malinconica ballata, mentre ‘I Can Do Without You’ torna ad esplorare i territori del pop in salsa sixties. Ma a colpire maggiormente è ‘Boxing Champ’, piccola gemma al piano di un minuto e mezzo. ‘Retirement’ chiude le danze con una marcetta che strizza l’occhio al mondo mod-punk e ci consegna un gruppo estremamente consapevole dei propri mezzi: il dubbio amletico (cambiare o non cambiare) non li ha messi in crisi, anzi li ritroviamo in fondo al bivio con all’attivo un secondo album di ottimo calibro, più che degno successone dell’esordio. E non è poco considerando i tempi che corrono.





Klaxons – Myths Of The Near Future [2007]

21 02 2007

Klaxons - Myths Of The Near Future

Artist: Klaxons
Title: Myths Of The Near Future
Release date: Jan 29, 2007
Label: Polydor

Tracklist:
01. Two Receivers
02. Atlantis To Interzone
03. Golden Skans
04. Totem On The Timeline
05. As Above So Below
06. Isle Of Her
07. Gravity’s Rainbow
08. Forgotten Works
09. Magick
10. It’s Not Over Yet
11. Four Horsemen Of 2012

Per iniziare a parlare di questo album ci si potrebbe sbizzarrire con disquisizioni sociologiche di dubbio interesse sull’enorme influenza che ha assunto da qualche anno a questa parte una rivista musicale a caso (senza fare nomi, il New Musical Express) nel creare aspettative e forgiare opinioni su alcuni fenomeni musicali maturati in Inghilterra, e su come questo massiccio martellamento abbia contagiato anche il resto del mondo. I Klaxons rappresentano solo l’ultimo eclatante episodio di questa tendenza all’hype sfrenato che è stata il volano per tanti altri gruppi nel recente passato: in questo club figurano Arctic Monkeys, Babyshambles, Kaiser Chiefs e Libertines, per citare i più famosi.

Man mano che si va avanti si fa sempre più difficile riuscire a capire secondo quale logica vengano poi catalogati questi fenomeni: non si capisce perché si continui a definire indie una garage-rock band (senza fare nomi, gli Arctic Monkeys) la cui tattica promozionale è stata la più aggressiva mai messa in atto dai tempi della faida brit-pop di metà anni ’90; non si capisce perché invece una band che propone un brit-pop ibrido con forti contaminazioni electro-punk (facendo nomi e cognomi, i Klaxons) venga elevata come punta di diamante di un nuovo filone musicale affine ai Prodigy.

Dopotutto, quello che si sente in questo album è proprio questo: un calderone di effetti elettronici che avvolgono chitarre distorte e virulente, ritmi dance schizoidi, urla e cori riverberati, il tutto innestato su un impianto generale debitore della tradizione musicale della Manchester dei primi anni ’90. L’idea in sè non è disprezzabile, anzi il risultato si lascia ascoltare piacevolmente dall’inizio alla fine con punte anche di alto rendimento, come ‘Atlantis To Interzone’ e ‘Magick’; ma da qui ad osannarli come nuovi paladini della commistione tra rock e dance ce ne passa. Non bastano i colori fluorescenti, le All Star colorate o le felpe con i cappucci per rendere ‘Myths Of The Near Future’ un album seminale nella storia del rock britannico come in molti vogliono far credere.

Ah dimenticavo, questo genere passerà (forse) alla ‘storia’ come nu-rave, ma come ho detto le etichette hanno un valore assai relativo.





Arcade Fire – Neon Bible [2007]

21 02 2007

The Arcade Fire - Neon Bible

Artist: Arcade Fire
Title: Neon Bible
Release date: Mar 05, 2007
Label: Merge Records/Rough Trade

Tracklist:
01. Black Mirror
02. Keep The Car Running
03. Neon Bible
04. Intervention
05. Black Wave/Bad Vibrations
06. Ocean Of Noise
07. The Well & The Lighthouse
08. (Antichrist Television Blues)
09. Windowsill
10. No Cars Go
11. My Body Is A Cage

Se prima di ascoltare ‘Neon Bible’ mi avessero chiesto cosa mi aspettavo dagli Arcade Fire dopo ‘Funeral’, avrei risposto senza esitazioni: ‘Un altro capolavoro’. Tale è stato nel 2004 l’esordio dell’ensemble canadese: qualità elevatissima al servizio di un talento sconfinato e visionario, la tradizione folk ibridata e declinata con sensibilità wave, brani immensi come ‘Neighborhood #3 (Power Out)’, ‘Wake Up’ e ‘Rebellion (Lies)’. Sono passati poco più di 2 anni e sono qui ad inchinarmi per la seconda volta al cospetto di Win Butler, Régine Chassagne e soci.

‘Neon Bible’ è un album complesso, eterogeneo, dal suono estremamente elaborato, capace di far convivere vocazioni orchestrali, arrangiamenti sontuosi ed approcci lo-fi. La formula magica è rimasta sostanzialmente la stessa, quel connubio tra folk, new wave e atmosfere decadenti che li ha resi famosi: ciò che dona linfa vitale alla musica degli Arcade Fire è la semplicità apparente con cui si destreggiano all’interno del labirinto di sonorità sempre diverse che riescono ad evocare.

L’iniziale ‘Black Mirror’ si dipana lungo uno stretto sentiero fatto di scale pianistiche ascendenti ed instabili al ritmo di una batteria inquietante, finchè non arrivano gli archi a dissolvere in parte la claustrofobia. Sensazioni opposte in ‘Keep The Car Running’, che con il suo incalzare arrembante e tribale ti trasporta con la mente verso ambientazioni caraibiche, dentro avventure da bucanieri e pirati. Dopo la nenia sommessa di ‘Neon Bible’, l’organo che accompagna ‘Intervention’ inverte ancora l’atmosfera rendendola solenne come una preghiera proclamata verso il cielo. Questo continuo effetto di alternanza è portato al climax nella traccia successiva, forse la migliore: in ‘Black Wave/Bad Vibrations’ Régine ci accompagna a bassa fedeltà verso suggestioni al limite del synthpop prima di abbandonarci nella tenebra; l’interpretazione di Win è impetuosa, gli echi spaventosi della tempesta si affollano in sottofondo e non lasciano scampo.

Ancora rimbombano i tuoni quando il mood jazz di ‘Ocean Of Noise’ condito di accompagnamento orchestrale riempie l’animo di malinconia e romanticismo. E cosa dire dello scintillante powerpop di ‘The Well & The Lighthouse’, del crescendo in battimano di ‘(Antichrist Television Blues)’ o di ‘Windowsill’, folk puro a velocità variabile? Con ‘No Cars Go’ si sconfina nettamente nella new wave, con tanto di finale corale al limite dell’epico; la ballatona finale ‘My Body Is A Cage’ si appoggia ancora meravigliosamente all’organo, chiudendo in modo solenne un album di stordente bellezza, di cui ci ricorderemo davvero a lungo.





Bloc Party – A Weekend In The City [2007]

16 02 2007

Bloc Party - A Weekend In The City

Artist: Bloc Party
Title: A Weekend In The City
Release date: Feb 05, 2007
Label: V2/Wichita

Tracklist:
01. Song For Clay (Disappear Here)
02. Hunting For Witches
03. Waiting For The 7.18
04. The Prayer
05. Uniform
06. On
07. Where Is Home?
08. Kreuzberg
09. I Still Remember
10. Sunday
11. SRXT

Ormai la seconda ondata è iniziata: questo inizio 2007 sarà caratterizzato da numerose nuove uscite da parte dei gruppi che hanno segnato il nuovo corso della musica rock inglese nell’arco del 2005. I Bloc Party sono tra questi ed erano tra i più attesi dopo il successo fragoroso di ‘Silent Alarm’. Come era facile aspettarsi per un gruppo che ha saputo raccogliere su di sè grandi attestati di stima e sonore stroncature, il momento del secondo album (che nella fantasia di molti critici musicali sembra essere un mostro mitologico) ha riconcentrato sulla band londinese le più trite e ritrite diatribe: chi si spertica a lodarne il coraggio per l’evoluzione del suono, chi li svaluta perchè hanno snaturato il loro suono, chi vede una continuità nel bene o nel male, chi li snobba a prescindere. Per questo mi sento abbastanza imbarazzato a recensire certi album: qualsiasi cosa se ne possa scrivere, si finisce per cadere nei soliti cliché.

Mettendo le mani avanti dico che questa è e non vuole essere altro che una personalissima opinione, e quindi in quanto tale opinabile: a me ‘A Weekend In The City’ piace molto di più di ‘Silent Alarm’. Quest’ultimo, a parte le solite inflazionatissime tre-quattro tracce, non è mai riuscito a conquistarmi pur riconoscendone le buone qualità. Ascoltando invece le note di ‘Waiting For The 7.18’ ho sentito quel pathos che nessuna traccia di ‘Silent Alarm’ ha mai saputo regalarmi: il tintinnare gentile con cui si presenta, la batteria sincopata che subentra, le chitarre che accompagnano enfaticamente verso nuovi bagliori elettronici, quel ‘Let’s drive to Brighton on the weekend’ che si erge ad invocare una via di uscita da un malessere interiore che permea l’album quasi per intero.

Basta sentire come ‘Uniform’ varia la sua melodia sussurrata in una progressione graffiante e incattivita, la sessione d’archi che fa da sfondo a ‘On’ o la voce spettrale che inaugura le ossessioni percussive di ‘Where Is Home?’ per avere conferma che qualcosa è cambiato e la sensazione di urgenza espressiva risultante assume qui un significato diverso da quello canonico: qui non ci sono crisi esistenziali, nè tantomeno sfuriate isteriche. C’è largo spazio per le tonalità pastello e per le atmosfere malinconiche (le bellissime ‘I Still Remember’ e ‘Sunday’ sono ottimi esempi), il cantato di Kele Okereke sempre più spesso si affievolisce in linee suadenti (come in ‘Kreuzberg’), e quando il tono si alza l’effetto è quasi epico (la parte finale di ‘SRXT’).

Se i Bloc Party avessero voluto, probablimente avrebbero sfornato senza nessun problema un altro album pieno di hit da classifica: il tiro spaventoso di ‘Hunting For Witches’, il riff Muse-style di ‘Song For Clay (Disappear Here)’, la batteria di Matt Dong che rotea a velocità impressionante, tutti questi dettagli fanno capire che le peculiarità urticanti sono ancora lì, pronte a far ribollire ancora le sale dei club di tutto il mondo. Semplicemente, per Kele Okereke e compagni era più importante esprimere questo personalissimo sentimento di disagio ed il loro suono si è modificato di conseguenza. Non so se questo album verrà ricordato come frutto musicale degli attentati di Londra, fatto sta che rappresenta di per sè un bellissimo album, che consiglio di ascoltare senza pregiudizi di sorta. Magari potreste anche ricredervi come ho fatto io.





Giardini Di Mirò – Dividing Opinions [2007]

9 01 2007

Giardini Di Mirò - Dividing Opinions

Artist: Giardini Di Mirò
Title: Dividing Opinions
Release date: Jan 22, 2007
Label: Homesleep

Tracklist:
01. Dividing Opinions (feat. Jonathan Clancy)
02. Cold Perfection (feat. Apparat)
03. Embers
04. A Guide To Rebellion (July’s Stripes)
05. Spectral Woman
06. Broken By
07. Clairvoyance (feat. Cyne)
08. Self Help (feat. Glen Johnson)
09. Petit Treason

Se il 2005 è stato l’anno della crisi serpeggiante (per fortuna) non compiuta ed il 2006 quello del duro lavoro e dell’elaborazione, il 2007 dei Giardini Di Mirò si prefigura come l’anno della consacrazione come band leader della scena musicale italiana. Da ‘Punk… Not Diet!’ sono passati tre anni e mezzo, le due pubblicazioni per l’estero (label tedesca 2nd Rec.) ‘Hits For Broken Hearts And Asses’ e ‘North Atlantic Treaty Of Love’ hanno consolidato il loro valore con qualche inedito, una serie di rielaborazioni di materiale già pubblicato e remix di autorevoli esponenti dell’indietronica e dell’hip-hop anticon (Alias, Apparat, Hood); c’è stato tempo anche per un paio di progetti solisti. Ora però c’è ‘Dividing Opinions’, il nuovo album, e possiamo tornare ad apprezzare a pieno il talento innato dei Giardini Di Mirò.

Già dalla prima traccia omonima si viene condotti senza preamboli in un percorso nuovo: la voce di Jukka Reverberi, il fluire delle chitarre, l’incedere della batteria, tutto viene saldato e sparato in una dimensione sonica e riverberata, costellata da fitte pulsazioni elettroniche a formare un piccolo arazzo di due minuti che si colloca a fianco delle allucinazioni visionarie degli ultimi Smashing Pumpkins, e poi si dissolve. ‘Cold Perfection’ esprime già dal titolo la sua essenza sonora: le chitarre si adagiano su una struttura ritmica precisa ed avvolgente e non appena Jukka inizia a cantare si svela ai nostri occhi una delle architetture alt-rock meglio riuscite degli ultimi anni, dura ed intransigente nella sua bellezza, che man mano si innalza sempre più fino a farsi investire dalla pioggia incessante dei detriti elettronici di Apparat e rarefarsi in uno scintillio distorto; un ideale tratto di unione con le ultime fatiche dei loro amici Julie’s Haircut, quasi a suggellare la piena maturazione di una generazione di musicisti emiliani.

Gli archi un pò sognanti di ‘Embers’ trasportano dolcemente verso ‘A Guide To Rebellion (July’s Stripes)’, l’unica traccia strumentale del lotto. Ci si ritrova all’improvviso chiusi in una stanza, assediati da un bombardamento che riecheggia lontano, da implosioni e rumori che fanno da sfondo ai nostri ultimi pensieri di una felicità perduta. Arpeggi circolari, soavi ma venati di malinconia, archi che trasudano paura e un piano solitario mentre la chitarra inizia a sferragliare preannunciando la distruzione imminente. Poi l’esplosione: un basso ipnotico, le chitarre che assordano, l’angoscia che cresce sempre più, le fiamme e le macerie hanno sommerso tutto. Di colpo silenzio, le chitarre a morto, siamo sotterrati. Annientati.

Per ristorarci un po’ arriva ‘Spectral Woman’ con le sue trame indietroniche, poi fa capolino fluttuando leggero il primo singolo ‘Broken By’, contraddistinto da una melodia gentile e delicata fatta di chitarre cristalline e archi in sottofondo, appena incrinata dall’enfasi dei ritornelli. Subito dopo ‘Clairvoyance’, introdotta da un cuore pulsante e condotta dalla voce di Kaye Brewster, si distende indolentemente lungo una melodia folk minimale, mentre ‘Self Help’ viene impreziosita dal carisma del parlato di Glen Johnson dei Piano Magic.

A concludere un album dagli arrangiamenti curatissimi e di qualità nettamente superiore alla media, ‘Petit Treason’ ci regala l’ultima perla sonica, grazie all’andamento sinuoso delle chitarre che attirano a sè avviluppando l’orecchio nelle loro spire per poi stringere impietosamente non appena decidono di liberare le loro scariche elettriche letali: senza accorgersene ci si ritrova incatenati alle distorsioni per succhiare ogni vibrazione, ogni colpo di batteria, ogni sospiro spettrale. E ci induce a ripercorrere lo stesso percorso all’infinito, dalla prima all’ultima traccia, senza tregua.





Genetica – Sporcalamiagioia [2006]

8 12 2006

Genetica - Sporcalamiagioia

Artist: Genetica
Title: Sporcalamiagioia
Release date: Mar 2006
Label: self-produced

Tracklist:
01. Ali Fragili
02. Ouvertures
03. Sporcalamiagioia

I Genetica sono un quartetto pratese attivo dal 2001 ed ha all’attivo già tre EP autoprodotti tra il 2002 e il 2004. ‘Sporcalamiagioia’, il quarto EP registrato ad inizio 2006, contiene tre brani e li segnala in prospettiva come una realtà molto interessante nella scena alternative. Il paragone più immediato che viene alla mente è quello con i Verdena, soprattutto ascoltando la prima traccia ‘Ali Fragili’, ma nella composizione delle loro trame entrano anche gli influssi benefici di altre band come i Placebo (nei riff di ‘Ouvertures’) ed echi di Muse (nell’intermezzo di ‘Sporcalamiagioia’).

Tutte queste istanze riescono a mescolarsi in modo abbastanza produttivo e accattivante, creando un pathos sostenuto ma senza esagerazioni enfatiche, reso bene anche da una produzione pulita e da testi ispirati che denotano una maturità espressiva apprezzabile. Appunto per questo non è ben chiaro perchè non si sia ancora andati oltre verso un esordio sulla lunga durata che avrebbe dato la possibilità di valutare meglio le vere potenzialità dei genetica. Per ora l’impressione è buona: tocca a loro dimostrare di saper mettere a frutto al meglio i buoni semi in loro possesso.